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I Fossili e la Fossilizzazione

Ambra

Introduzione
Fossile è un termine che deriva dal latino foedére che significa “scavare” e, pertanto, indica ciò che si ottiene o si recupera scavando, oggi viene usato per indicare tutti quei resti di organismi animali e vegetali, vissuti nel passato (comprese le tracce della loro attività), che si sono conservati fino a oggi grazie ad una serie di fenomeni chiamati “processi di fossilizzazione”.
La scienza che si occupa dello studio dei fossili, cioè dello studio della vita del passato viene definita paleontologia. I quesiti che lo studio dei fossili ha sollevato e solleva tuttora sono innumerevoli, per tentare di rispondere è necessario far riferimento ad altre scienze come la zoologia, la botanica, la biologia e soprattutto la geologia, dalla quale la paleontologia è indissociabile. La paleontologia è dunque una disciplina altamente integrata sia con le scienze geologiche che con quelle biologiche, ed è stata definita come paleobiologia, cioè studio comprensivo di tutti gli aspetti geologici e biologici della storia della vita. Proprio per questa ragione, per poter affrontare questo argomento è necessario che gli studenti conoscano per quanto concerne l’ambito biologico i concetti principali riguardanti la cellula e l’origine della vita, il concetto di specie e le regole per la classificazione; per quanto concerne l’ambito geologico i principali concetti inerenti i minerali, le rocce e la loro suddivisione nei tre tipi fondamentali: magmatiche, metamorfiche e sedimentarie.

 

 

Lo studio dei fossili nella storia

La storia della paleontologia è caratterizzata da due teorie: la genesi inorganica e la genesi organica dei fossili.
La teoria della genesi inorganica risale ad Aristotele (384-322 a.C.) ed al suo allievo Teofrasto (368- 284 a.C.) a cui si deve il primo trattato sui fossili, che traeva fondamento dalla teoria della generazione spontanea della vita. Si credeva nell’esistenza di una forza particolare (vis plastica) capace di plasmare gli esseri viventi: gli oggetti estratti dalle rocce, a forma di animale o di pianta, rappresentavano i tentativi non riusciti di tale forza. Questa teoria fu completamente abbandonata nei primi decenni del 1700.
La teoria della genesi organica, ammessa da alcuni autori già prima di Aristotele, interpretava i fossili come resti di organismi marini depositati sul fondo del mare. Ma i fossili erano stati oggetto di curiosità e attenzione anche da parte dei primi filosofi e naturalisti greci: Senofane (VI sec. a.C.) per esempio fu il primo autore che osservò la presenza di conchiglie e impronte di pesci sulle montagne di alcune isole e nei dintorni di Siracusa. Pitagora (VI sec. a.C.) interpretò la presenza di conchiglie sulle montagne come prova che un tempo esse erano state sommerse. Il riferimento più­ chiaro e facilmente reperibile è tuttavia quello di Erodoto (IV sec. a.C.) che, notando la presenza di conchiglie marine nell’entroterra egiziano, concluse che vi erano state deposte dal mare che un tempo doveva aver invaso quelle aree. La teoria dell’origine organica dei fossili si affermò soprattutto grazie ai sostenitori del Diluvio Universale, che postulava la presenza di conchiglie e di altri resti di organismi marini sulle colline come prova di tale evento e quindi come argomentazione della veridicità del racconto biblico. Questa concezione persistette fino al ‘700, benché nel corso dei secoli si siano levate voci contrarie, come le luminose intuizioni dei filosofi Agostino (354-430 d. C.) e Tommaso d’Aquino (1226-1274), che contemplavano l’ipotesi che i fossili fossero la conseguenza di fenomeni evolutivi.
Anche negli scritti del medico e filosofo arabo Avicenna (980- 1037) non esiste alcun accenno alla teoria diluviana: i fossili sono resti di antichi organismi. Il suo pensiero, tuttavia, venne travisato dai Padri della Chiesa che scambiarono, ad esempio, la sua descrizione dell’azione incrostante delle sorgenti calcaree per un riferimento alla teoria della vis plastica di matrice aristotelica.
La prima interpretazione razionale dei fossili nel contesto di un modello paleoambientale e geologico si deve a Leonardo Da Vinci (1452-1519). Una delle maggiori difficoltà della teoria organica era, evidentemente, quella di interpretare correttamente quei fossili che non presentavano alcuna analogia con gli animali viventi allora conosciuti, come ad esempio le ammoniti. Fabio Colonna, fra i più autorevoli sostenitori dell’origine organica, fu forse il primo autore (1616) che mise in relazione e iconografò insieme le forme fossili e quelle viventi più affini, utilizzando la stessa nomenclatura.
John Ray il più grande naturalista del ‘600 arrivò ad ammettere l’origine organica dei fossili, considerando anche la possibilità di fenomeni di estinzione. Il concetto di estinzione era evidentemente molto “pericoloso”, in quanto in quel periodo equivaleva  ad ammettere che il Creato non fosse perfetto. Robert Hooke fu probabilmente il primo autore che ammise ufficialmente l’instabilità della crosta terrestre con grandi variazioni paleogeografiche, da lui attribuite a terremoti e vulcanesimo. Su questa base egli giustificò sia la presenza di fossili sulle montagne che i fenomeni di estinzione e la possibilità di comparsa di specie nuove.


George Cuvier

Con l’inizio del ‘700 il dibattito sull’origine dei fossili era ormai terminato con il pieno superamento della tesi dell’origine inorganica.La nascita della paleontologia si può far risalire a George Cuvier (1769-1832), profondo conoscitore di anatomia animale, il quale enunciò la fondamentale legge della correlazione degli organi: è possibile riconoscere la natura degli animali fossili (se erbivori o carnivori, bipedi o quadrupedi, marini o terrestri ecc.) e spesso anche ricostruire il loro aspetto partendo da piccoli frammenti o parti isolate del loro scheletro. Egli, non  concependo una mutazione progressiva delle diverse forme di fauna, ha sempre invocato la sua teoria catastrofica, secondo cui catastrofi generali avevano distrutto di volta in volta la vita di determinate regioni, le quali erano state ripopolate dalla migrazione di organismi provenienti da aree limitrofe.
Fu solo con Darwin (1809-1882) e la sua teoria dell’evoluzione che si affermò la paleontologia moderna.
Verso la metà dell’800 Il problema del tempo geologico era ben sentito sia dai biologi che dai geologi, quali Charles Lyell (1797-1875) che portò avanti la teoria geologica dell’attualismo: i fenomeni del passato si possono spiegare osservando quelli del presente. Essenzialmente l’attualismo vuole spiegare l’evoluzione del pianeta attraverso l’accumularsi nel tempo di tanti piccoli eventi dovuti a processi analoghi a quelli che si osservano oggi, come erosione, sedimentazione, eruzioni vulcaniche e terremoti. Darwin (1809-1882) ed i biologi evoluzionisti avevano bisogno di tempi geologici lunghi, affinché il lento meccanismo della selezione naturale potesse essere accettato come causa adeguata ed efficiente dell’evoluzione biologica, e l’attualismo ben si conciliava con queste esigenze di tempo.
I geologi e i biologi dunque ammettevano tempi  geologici lunghi per spiegare l’evoluzione della Terra e della Vita, ma i fisici, così come la cultura “ufficiale”, contrastarono fermamente questa ipotesi, specialmente dopo la teoria formulata dall’illustre fisico William Thomson, Lord Kelvin, negli anni 1860-69. Egli attaccò la teoria dello stato stazionario, cioè l’attualismo–uniformismo, dei fenomeni terrestri proposta da Lyell, sulla base delle leggi della termodinamica note, che regolavano lo scambio di calore tra corpi di diversa Temperatura.  Kelvin calcolò che da quando la Terra era stata una sfera di roccia fusa, raffreddatasi nel tempo, potevano essere passati tra i 24  e i 400 milioni di anni; la geologia  di Lyell esigeva un tempo enormemente più grande: oltre i cinque miliardi. Ma con questo tempo, secondo Kelvin, la Terra sarebbe stata completamente fredda e non avrebbe potuto dissipare ancora calore, come invece avveniva. Così Kelvin usò il raffreddamento della Terra per dimostrare che non c’era la possibilità che fosse vecchia come la geologia di Lyell e l’evoluzione di Darwin richiedevano.
La controversia sull’età della Terra si risolse pochi anni più tardi, agli inizi del ’900, grazie alla scoperta della radioattività come fonte di energia. Circa dieci anni dopo la scoperta della radioattività, Ernest Rutherford (1871-1937) arrivò alla conclusione che i processi di decadimento radioattivo potevano essere utilizzati per determinare l’età della Terra.

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I processi di fossilizzazione.   
                                                                                         

La tafonomia studia la storia degli organismi dalla morte o dai loro stadi preagonici sino al loro ritrovamento come fossili. In tafonomia si distinguono quattro fasi:

  1. morte degli organismi,
  2. storia dei resti fino al seppellimento (biostratinomia),
  3. seppellimento definitivo,
  4. fossilizzazione.

 

La fossilizzazione studia la storia dei resti degli organismi dal loro seppellimento al loro ritrovamento e analizza, dunque,  i processi fisici, chimici, e biologici che modificano tali resti e li trasformano in fossili.
Il processo di fossilizzazione è un evento casuale, imprevedibile e del tutto eccezionale che interessa un numero molto limitato di individui.
I fossili presenti in una determinata unità cronostratigrafica rappresentano una minima parte degli organismi vissuti realmente in quel periodo. Secondo alcuni autori solo l’8% delle specie animali attuali ha la possibilità di essere conservata nelle rocce sedimentarie come fossili, secondo altre valutazioni solo una specie su 5000 vissute nel passato ha potuto subire la fossilizzazione ed avere qualche probabilità di venire a far parte della documentazione paleontologica. Questo perché normalmente gli organismi morti vengono attaccati e distrutti dai decompositori (batteri e funghi) e dagli agenti esogeni in un tempo brevissimo, e affinché ciò non accada devono verificarsi delle condizioni eccezionali. Dopo la morte, infatti, il corpo dell’organismo deve essere rapidamente seppellito dai sedimenti, in modo da sottrarlo all’azione di funghi e batteri, all’ossidazione delle molecole organiche da parte dell’ossigeno presente nell’aria, all’erosione e al dilavamento da parte degli agenti esogeni.
Di norma la parte di un organismo che ha maggiori probabilità di conservarsi è quella mineralizzata – formata cioè da silice o fosfati o carbonato di calcio – o quella formata da sostanze organiche particolarmente resistenti agli agenti chimico-fisici che operano all’interno dei sedimenti. Si tratta quindi dello scheletro interno dei vertebrati, degli esoscheletri degli invertebrati e delle pareti cellulari delle piante.
È inoltre molto importante, ai fini della fossilizzazione, la relazione tra le parti dure mineralizzate e quelle non mineralizzate. Quando, ad esempio, uno scheletro è costituito da parti connesse da tessuto organico che è soggetto ad una rapida disgregazione post-mortem, solo in casi di rapido seppellimento si può arrivare alla sua completa conservazione. Nella maggior parte dei casi invece le singole parti vengono ritrovate isolate nei sedimenti.

Morte degli organismi

La morte degli organismi rappresenta l’inizio della loro storia come fossili potenziali. È statisticamente improbabile che gli organismi giungano alla fine del proprio ciclo biologico, essendo le cause di morte prematura molto varie e diffuse (predazione, soffocamento, avvelenamento, azione di parassiti etc.). Solo raramente è possibile risalire alle cause della morte di un fossile.

Biostartinomia

Le caratteristiche intrinseche delle spoglie degli organismi sono sempre modificate, più o meno profondamente, dai processi biostratinomici. Questi sono molto complessi e diversificati, e nella maggioranza dei casi si verificano contemporaneamente.
Con la morte e l’eventuale trasporto post mortem iniziano una serie di processi di disgregazione che possono essere dovute a tre tipi di agenti: biologici (batteri), meccanici e chimici che agiscono sulle diverse parti del corpo. L’azione congiunta degli agenti distruttori biologici e meccanici è tale che il più delle volte i fossili si trovano incompleti, fratturati e soprattutto sparpagliati su un’area più o meno vasta.
Il trasporto post mortem è un fenomeno molto comune, che porta gli organismi a fossilizzarsi in zone spesso molto lontane dai luoghi d’origine, caratterizzate da ambienti a volte diversissimi da quelli nei quali gli organismi vivevano.

Seppellimento definitivo

Un rapido seppellimento, come si è già osservato, costituisce una premessa indispensabile per la fossilizzazione; ne deriva che un tasso di sedimentazione elevato favorisce la fossilizzazione. La situazione più propizia per la registrazione della diversità tassonomica delle biocenosi è rappresentata da ambienti caratterizzati da apporti sedimentari repentini, in grado di seppellire definitivamente “in vita” la maggior parte degli organismi.
In generale tutti i resti degli organismi presentano un miglior grado di conservazione nei sedimenti fini piuttosto che in quelli grossolani.

Fossilizzazione

I fenomeni che possono portare alla fossilizzazione del corpo di un organismo morto sono diversi, e ciascuno è generalmente correlato ad uno specifico ambiente o ad una particolare condizione.
Gli ambienti acquatici con acque tranquille sono quelli dove la fossilizzazione avviene più di frequente, perché una spessa coltre di sedimenti può seppellire rapidamente i resti, rallentando o arrestando del tutto i processi di decomposizione. Se le acque però sono molto profonde, gli organismi si possono dissolvere prima di raggiungere il fondo.
Nelle aree continentali invece i processi di fossilizzazione sono più rari, specialmente negli ambienti molto caldi e umidi e nei luoghi in cui l’erosione prevale sulla sedimentazione.
I fossili possono essere alterati o distrutti anche dopo la loro formazione, di nuovo per effetto dell’erosione o quando le rocce sedimentarie in cui si trovano inclusi sono sottoposte a metamorfismo o vengono coinvolte in fenomeni tettonici.
I processi che portano alla fossilizzazione possono interessare sia la materia organica sia le parti mineralizzate degli organismi, con reazioni chimiche e processi fisici molto differenti.
La materia organica si può conservare, ad esempio, attraverso il processo di inclusione, come è avvenuto ad insetti e foglie inglobati centinaia di milioni di anni fa in ambra (gocce di resina prodotte dalle conifere e fossilizzate), oppure attraverso l’esposizione a temperature molto basse, come nel caso dei mammut della Siberia (fig. 5), morti 10.000 anni fa, ricoperti dal  terreno permanentemente gelato (permafrost). Molto più diffusi sono invece i processi di mummificazione e carbonificazione.

La mummificazione avviene  se il soggetto interessato subisce, subito dopo la morte, una rapida ed intensa disidratazione dovuta alla permanenza in ambienti aridi, sia caldi che freddi, in questo caso la conservazione è resa possibile dal rallentamento/blocco dell’attività batterica, ostacolata dalla mancanza d’acqua.

La carbonificazione avviene invece per opera di batteri che in ambiente riducente portano ad una progressiva eliminazione dai tessuti dell’ossigeno, ed ad un conseguente arricchimento relativo di carbonio. Questo processo riguarda soprattutto i vegetali, ed ha portato alla formazione dei grandi giacimenti di carbone fossile del periodo Carbonifero; condizioni favorevoli alla carbonizzazione si riscontrano nelle torbiere, ne è un esempio l’uomo di Tollund Fen (Danimarca).


l'uomo di Tollund Fen

La conservazione della materia organica è possibile inoltre grazie al processo di permineralizzazione, che avviene quando i resti organici sono sepolti in fanghi di origine minerale e le acque impregnano i tessuti e depositano i sali all’interno delle cellule organiche. Questo processo porta alla formazione di fossili nei quali è conservata la struttura cellulare degli organismi;  sono un esempio gli alberi delle foreste pietrificate (legni silicizzati).


Legno di conifera silicizzato

Anche sul fondo marino, quando l’animale morto viene rapidamente seppellito e i sedimenti sono molto fini, questi ultimi conservano l’impronta delle parti molli del corpo. Ciò ha consentito la conservazione di faune antichissime e prive di parti mineralizzate come quella di Ediacara in Australia e del calco delle penne del più antico uccello che si conosca: l’Archaeopterix lithographica.
Per la conservazione della materia inorganica hanno grande importanza i fenomeni diagenetici, e in particolare la natura delle acque circolanti nei sedimenti.
La mineralizzazione è il principale processo che porta alla fossilizzazione delle parti mineralizzate degli organismi, ed avviene  per precipitazione dei sali minerali  disciolti nell’ acqua che  li impregna. Le  più comuni sostanze minerali sono il carbonato di calcio, la silice, la pirite, e il fosfato di calcio. Questo processo può avvenire per impregnazione (precipitazione di sali nelle microcavità lasciate dalla decomposizione della sostanza organica) o per sostituzione (precipitazione del nuovo minerale quasi simultanea alla dissoluzione del minerale originario), questo processo mantiene la struttura originaria pur alterandone talvolta la microstruttura.

ammonite piritizzata


Un altro tipo di fossilizzazione, limitato a fossili piuttosto recenti, è il processo di incrostazione; una roccia molto famosa formatasi attraverso questo processo è il trvertino, che conserva reasti di vegetali in grande abbondanza. Nel caso in cui le acque circolanti siano povere di sali disciolti, e quindi abbiano un elevato potere solvente su carbonati e fosfati che costituiscono i fossili, questi lentamente si sciolgono; si potranno avere allora delle conservazioni indirette. Ad esempio, dopo la morte di un invertebrato, il suo guscio o la sua conchiglia può venir riempito dagli stessi sedimenti che lo ricoprono o da sali disciolti nelle acque circolanti.  In una fase successiva della diagenesi, il guscio si può sciogliere, ma possono restare sui sedimenti l’impronta esterna e il modello interno del guscio, utili per l’identificazione dell’organismo. I modelli interni sono sempre molto interessanti, perché possono conservare le tracce dei rapporti tra le parti molli e lo scheletro dell’organismo.
Oltre che gli organismi fossilizzati si possono conservare fino ai nostri giorni anche le prove tangibili della loro presenza. In questi casi non se ne conservano i resti più o meno completi, bensì le tracce e le impronte lasciate durante la vita (orme, piste, gallerie, solchi, resti fecali, ecc.).
Le impronte fossili possono dirci come si muovevano gli animali, se erano quadrupedi o bipedi, possono fornirci indicazioni sul loro habitat e i loro comportamenti, possono aiutare a determinarne mole e dimensioni.

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I fossili e l’evoluzione

Uno degli aspetti più importanti messi in luce dallo studio dei fossili è che nelle passate ere geologiche sono vissuti animali e piante diversi da quelli attualmente viventi e che più volte, passando da uno strato ad un altro, le antiche faune e flore sono mutate radicalmente (con estinzioni e comparsa di nuove specie). Georges Cuvier, come abbiamo già visto, tentò di spiegare questo fenomeno con la teoria del catastrofismo: la storia della terra sarebbe passata attraverso una serie di grandi catastrofi naturali, tante quante le faune estinte individuate. Poiché al suo tempo si riteneva che le specie fossero entità statiche, non soggette a mutamenti (teoria del fissismo), ad ogni catastrofe doveva essere seguito un nuovo atto creativo divino. Questa teoria, che cercava di conciliare le osservazioni paleontologiche con le tradizioni bibliche, fu osteggiata dal naturalista francese Jean Baptiste de Lamarck (1744-1829), il quale enunciò l’ipotesi del trasformismo: le specie non sono entità statiche, ma mutano con il tempo, e la causa del loro mutamento è l’ambiente in cui vivono. Esse, nel tentativo di adeguarsi sempre più all’ambiente, finiscono per modificare completamente la propria anatomia e struttura. Classico, al riguardo, è l’esempio della giraffa: i suoi antenati avevano il collo corto, ma nello sforzo di raggiungere le foglie sempre più alte degli alberi di cui si nutrivano, il loro collo ad ogni generazione si allungava sempre di più, e questo carattere veniva trasferito ai figli.
Quasi un secolo dopo, il grande naturalista inglese Charles Darwin (1809-1882) elaborò la teoria dell’evoluzionismo che, sia pure con qualche modifica, è quella attualmente accettata. Ancora giovane, egli partì per un lungo viaggio intorno al mondo durante il quale, tra l’altro, ebbe modo di studiare in Patagonia i resti di enormi mammiferi estinti, anatomicamente simili a quelli più piccoli che vivevano là, e di osservare che le specie non erano così distinte come si pensava. Notò infatti delle variazioni graduali nelle caratteristiche delle piante e degli animali, che sembravano il frutto di modificazioni operate nel tempo sugli organismi per adattarli agli ambienti in cui vivevano e alle relazioni con gli altri organismi.
La differenza più importante fra i due modelli è che per Lamarck l’influenza diretta dell’ambiente porta l’animale a sviluppare le caratteristiche che lo rendono più adattabile e che vengono poi ereditate dalle generazioni successive, per Darwin invece l’ambiente non modifica l’individuo, ma si limita a selezionare le modificazioni già esistenti in una popolazione. Secondo Darwin nell’ambito di una specie c’è una notevole variabilità di caratteristiche, di tanto in tanto e casualmente compare un individuo con delle caratteristiche particolari – che oggi sappiamo frutto di una mutazione genetica – le quali sono quasi sempre ad esso sfavorevoli, mettendolo in svantaggio nella lotta per la sopravvivenza, ma che in qualche caso, tuttavia, possono essere vantaggiose: l’individuo che le possiede ha quindi più probabilità di sopravvivere e di trasmetterle alle generazioni successive. Esiste cioè una selezione naturale, che porta alla scomparsa degli individui portatori di caratteristiche sfavorevoli alla sopravvivenza nell’ambiente, ed aumenta le probabilità di sopravvivenza e trasmissione delle proprie caratteristiche per gli individui che possiedono quelle favorevoli. In tal modo, attraverso selezioni successive, una specie modifica e la sua anatomia e la sua struttura fino a che si trasforma in una nuova specie.

La paleontologia fornisce le prove più forti a sostegno dell’evoluzione: i fossili rivelano che in nessun momento tutte le specie vissute sulla terra sono coesistite e che gli organismi antichi erano in vario grado dissimili dalle forme attuali. Inoltre piante e animali appaiono in successione cronologica nelle testimonianze fossili, indicando che le linee si sono irradiate attraverso il tempo. Un esempio è l’evoluzione dei proboscidati, in cui si è riscontrato un progressivo aumento delle dimensioni, che ha portato a variazioni dello scheletro; in particolare, la struttura cranica divenne sempre più adatta all’assunzione di grandi masse di cibo: mascelle sempre più grandi, sempre maggiore sviluppo del cranio soprattutto in altezza.

I paleontologi hanno potuto dimostrare che risalendo a ritroso le sequenze stratigrafiche si vede che gruppi diversi di organismi hanno antenati comuni con caratteristiche intermedie, e che le diversità tra gli organismi diminuiscono. Tutta la straordinaria varietà di esseri viventi che oggi popolano la terra è il frutto di 3,5 miliardi di anni di evoluzione iniziata partendo da microscopici organismi unicellulari: i batteri. Non sempre però la selezione naturale produce la speciazione, può anche avere un effetto stabilizzante: se una specie è ben adattata ad un particolare ambiente e questo rimane inalterato per lunghissimo tempo, le mutazioni che possono comparire sono sempre sfavorevoli, sicché la specie si mantiene praticamente invariata, anche per milioni di anni. Il nome di fossile vivente viene dato a quegli antichissimi organismi che sono sopravvissuti in questo modo fino ai nostri giorni. È il caso ad esempio della gimnosperma  Gingko biloba.


Fossile di Gingko biloba

Gingko biloba

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Datazione con i fossili

La stratigrafia studia le caratteristiche delle varie formazioni rocciose che  costituiscono la parte superficiale della crosta terrestre, la loro successione nel tempo e le relazioni con l’evoluzione del clima, della biosfera, dell’idrosfera, dell’atmosfera. I criteri per stabilire l’età relativa delle rocce sono principalmente quello stratigrafico (o litostratigrafico) e quello paleontologico (o biostratigrafico).
Il primo è basato sui rapporti reciproci di posizione fra gli strati, il secondo si basa sul contenuto fossilifero. Le rocce più utilizzate per la datazione relativa sono quelle sedimentarie, che oltre ad essere molto diffuse, sono particolarmente interessanti per tre ragioni:

  1. forniscono indicazioni sugli ambienti geografici, sul clima e sui fattori esogeni che hanno determinato la loro formazione;
  2. sono quasi sempre stratificate, e questa loro caratteristica permette di stabilire più facilmente l’ordine di formazione;
  3. spesso contengono fossili, cioè resti o tracce di organismi vissuti in passato.

L’insieme dei caratteri litologici e delle associazioni di fossili animali e vegetali che una formazione rocciosa presenta, e che permette di ricostruire l’ambiente in cui essa si è formata, è detto facies.
Il criterio litostratigrafico si basa sul principio di sovrapposizione introdotto da Stenone nel XVII secolo: ogni strato sedimentario è più recente di quello su cui giace. Ovviamente questo principio non è più valido quando gli strati sono stati verticalizzati o rovesciati dalla deformazione tettonica.
Il criteri biostartigrafico come abbiamo visto prevede l’utilizzo di fossili per  attribuire un’età relativa agli strati, ma non tutti i fossili sono ugualmente idonei allo scopo. I migliori sono quelli che possiedono contemporaneamente i seguenti tre requisiti:

  1. distribuzione verticale più limitata possibile: cioè è necessario che una specie si trovi in un piccolo numero di strati e quindi sia vissuta per un breve tempo geologico. I fossili migliori sono quelli di specie appartenenti a gruppi che si sono evoluti molto rapidamente.
  2. distribuzione geografica più ampia possibile: un fossile che si trovi contemporaneamente in Europa e in Nordamerica permetterà di correlare tra loro le età degli strati a livello intercontinentale e quindi di stabilire cosa avveniva nello stesso periodo in aree diverse della terra. Se non si possono correlare tra loro le età delle sequenze stratigrafiche presenti in varie località, non si può neppure ricostruire la storia della terra;
  3. facilità di rinvenimento e riconoscimento: un buon fossile deve essere comune, cioè si deve trovare con facilità negli strati e deve avere caratteristiche tali che ne permettano una facile identificazione. Gli organismi marini sono più diffusi di quelli terrestri e, tra quelli marini, gli invertebrati sono più diffusi dei vertebrati. Per questo motivo le unità geocronologiche sono state definite usando invertebrati marini.

Un fossile che presenta tutti questi requisiti viene detto fossile-guida ed è particolarmente idoneo alla datazione relativa degli strati.
Sullo studio dei fossili guida si basa il principio dell’equivalenza cronologica, secondo il quale due strati sedimentari che, pur essendo situati in località diverse, contengono gli stessi fossili guida, si sono formati nel medesimo intervallo di tempo, sono cioè cronologicamente equivalenti. Tra i più importanti “fossili guida” ricordiamo i trilobiti (forme primitive di crostacei) e i graptoliti (individui coloniali di incerta classificazione) che sono utilizzati nelle suddivisioni del Paleozoico, le ammoniti e le belemniti (cefalopodi) per il Mesozoico, in particolare le belemniti e le rudiste (molluschi) per il Cretaceo, i bivalvi e i foraminiferi (protozoi) per il Cenozoico. Litostratigrafia e biostratigrafia sono inoltre affiancate per lo studio stratigrafico fa metodologie riguardanti le caratteristiche fisico-chimiche delle rocce, fra cui la datazione assoluta delle rocce basata su metodo radiometrico. Grazie all’integrazione di tutti questi metodi, fra cui la biostratigrafia ha un ruolo decisivo, nel corso di oltre un secolo e mezzo di studi si è giunti a una datazione soddisfacente delle diverse serie rocciose terrestri, ed è stato cosi possibile ricostruire la storia della Terra.


Foraminiferi

 


Trilobiti

Belemniti


Graptoliti

 


schema dei Belemniti

shema dei Graptoliti

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Bibliografia


Introduzione alla paleontologia - 1999. S. Raffi, E. Serpagli ed. UTET
Fossili: studiarli, conoscerli, collezionarli.-2001. R. Zorzin ed Giunti
Life.-2005.Postlethwait, Hopson ed Etas.

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